“Il 2023 mi ha distrutto, il 2024 mi ha spezzata, il 2025 sta rimettendo insieme i pezzi”…
Giugno 2023. Tasto al seno sinistro un rigonfiamento grande come una nocciolina che subito mi dà un segnale e, allo stesso tempo, mi paralizza, mi angoscia…
Luglio 2023. Ecografia dalla quale si evince un multifocolaio di noduli da approfondire, ma cerco di restare ancora calma e positiva in attesa della risonanza che avrei fatto ad agosto.
Nel frattempo, parto con un’amica per Dublino, un viaggio meraviglioso che mi regala emozioni e luoghi che non dimenticherò mai, un dono immenso, prima di essere catapultata nei meandri dell’inferno, PER LA SECONDA VOLTA!
Dalla risonanza di agosto, non ci sono dubbi: “Sospetta neoplasia mammaria”. All’ecografia di conferma arriva il mio primo vero crollo emotivo…
Quegli istanti di disperazione, misti al disorientamento e all’incredulità, mi riportano a sette anni prima, alla primitiva diagnosi di carcinoma al seno.
“Non era possibile.” “Ancora?” “Di nuovo?” Avevo fatto tutto quello che c’era da fare, avevo cicatrici che potevano bastare per una giovane donna, mamma e moglie… non potevo rivivere ancora una volta quel dolore, quel terrore di non sapere come sarebbe andata e l’insicurezza di quello che il futuro mi avrebbe riservato…
L’intruso era tornato. Ed ora? Ora c’era la consapevolezza del vissuto che mi rendeva fragile e insofferente di fronte a ogni tipo di soluzione. Non volevo. Stavo bene, stavo riprendendo in mano la mia vita, dopo sette anni di terapie. Era un mio diritto! Era arrivato il momento di ritornare a volare, non volevo essere di nuovo bloccata, immobilizzata e fissata in un cosmo buio e incerto.
Attendo. Passano due mesi e la sala operatoria mi aspetta, pochi giorni prima di Natale. Stavolta mastectomia. Non sono spaventata, sono arrabbiata. Voglio estirpare una volta per tutte quell’incomodo portatore di segni e ferite.
Purtroppo, l’intervento è solo un piccolo inizio. Dovrò tornare sotto i ferri ancora una volta per completare il lavoro… devo iniziare le terapie, la radio, la chemio e, nel frattempo, affrontare i miei demoni interiori.
Al ritorno dall’ospedale, la stanza è piena di gente e io sono lì, confusa. Non riesco a vedere nessuno intorno a me, se non il terrore e il dolore. La gente parla, ma non sento. Riesco solo a udire le grida che salgono dalle mie viscere, i “perché” ai quali non avrò mai risposta, la solitudine infinita della mia anima che nessuno potrà colmare. Non avverto dolori fisici, non riesco a sentire nulla, sono come in un limbo. Mi sento soffocare da quelle lacrime che trattengo. Adesso sento davvero di toccare il fondo di un baratro dal quale non voglio uscire. Non riesco. Ho paura.
Stavolta, all’istologico risultano anche metastasi ai linfonodi. Sento che sarà fatale. Non voglio muovermi. Ho l’esigenza di restare in quell’oscurità, lì mi sento al sicuro, lì non può succedermi nulla…
Ma forse, mi sbagliavo. Perché dovevo dare un senso al mio trascorso, alle perdite gravi che avevano frantumato la mia vita. Avrebbe pur dovuto insegnarmi qualcosa.
“IL DOLORE FA PARTE DELLA VITA, MA NON DEVE SPEGNERE LA TUA LUCE.”
Ecco, questo il pensiero che un giorno ha iniziato a pulsare nella mia mente. Bisognava trasformare quelle difficoltà in forza, le piaghe in lezioni e il buio in nuova luce.
Inizio così, piena di dubbi e incertezze, dietro spinta di mio marito, un percorso psicologico. Ero convinta che non sarebbe servito, che nessuno avrebbe potuto aiutarmi, trovare soluzioni o spiegazioni ai miei problemi…
Invece… quell’angelo che ho incontrato lungo il mio cammino è diventato ben presto l’operaio del mio cuore e della mia anima. Mi ha aggiustato e, soprattutto, mi ha aiutato a ritrovare dentro di me l’energia giusta per risalire da quel baratro, che credevo un rifugio sicuro ma che, in realtà, stava diventando la mia prigione.
Mi ha insegnato a guardare in faccia il male e ad affrontarlo con grinta, perché di grinta ne avevo, eccome se ne avevo! Avevo già sconfitto quel bastardo una volta e potevo farlo ancora.
E in effetti, non avevo tutti i torti a pensare che nessuno poteva aiutarmi. L’unica che poteva riuscirci ero io. Grazie all’operaio del mio cuore, ho riconosciuto me stessa e quello di cui ero capace!
La paura ovviamente non è sparita, è sempre lì e serve per stare di continuo all’erta. Ma ho imparato a gestirla, a canalizzarla in immagini e progetti costruttivi e luminosi, come la fondazione del Club Farfalle: un gruppo di donne che hanno appoggiato le mie idee, creando un sacchetto solidale fatto con il cuore, con l’intento di dare speranza a tante altre donne che stanno vivendo la stessa battaglia. Si è creata una magia che ha illuminato ogni spazio oscuro e ha reso questa mia pausa un’ancora di salvezza, sperando di fare adesso della mia salvezza un’ancora per tante altre donne.
Il viaggio che mi aspetta è ancora lungo, non so cosa mi riserverà il domani, ma per il momento sto riempiendo questo mio intervallo con buoni propositi e meravigliosi progetti. Le mie attuali attività non eliminano certo le sofferenze, ma spostano l’attenzione su ciò che è ancora possibile fare e costruire.
Perché sono convinta che, dopo eventi dolorosi, le persone non solo possano guarire, ma anche crescere e trasformarsi in qualcosa di meraviglioso…
Come delle straordinarie farfalle libere!
“Non lasciamo mai che il dolore descriva chi siamo, usiamolo per creare una versione più autentica e potente di noi stessi.”
Rachele Eleonora Belculfiné